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Ho scelto di restare.
Stalagmiti di dolore,
crescono mute nel tempo
(follia attenderti ancora).
Abito ancora qui.
Tra le barche rovesciate
nell'inverno lento e grigio.
Nelle cime gonfie d’acqua.
Nel legno marcio dei moli.
Nei ciottoli,
che consumano la vita.
Abito
le carezze della risacca.
Io ti ho amata,
l'ho fatto
come si guarda il mare a diciassette anni:
senza misura,
senza difesa,
con la certezza,
assurda,
che l’infinito possa abitare
dentro una sera sola.
Poi è giunto il tempo.
Non con violenza.
Il coraggio
dei temporali d'ottobre!
Plumbeo dolore fitto.
Ho scelto di restare.
Sono la ruggine sulle ringhiere.
L'odore acre
della posidonia,
al mattino,
sul bagnasciuga.
Grido basso dei gabbiani,
quando il cielo grigio
promette tempesta.
Sono nel ricordo d'estate;
e poso la stanchezza,
del cercarti ancora.
È qui che ritorno.
Nel nodo alla gola,
cui non so dare un nome.
Il mare non conserva i volti,
trattiene le voci.
E la mia è ancora lì,
nelle ore sospese.
Domanda perché.
Ma non è dolore.
Non temere.
Sono io.
E ancora ti aspetto.
M. M. 29/03/2026